"DRITTO E REVERSO"

poesie di

 Danila Olivieri


Presentazione  11 Agosto 2010 a cura della Prof. Graziella Corsinovi (Università di Genova)

Sagrato chiesa Santa Sabina - ore 21

 

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" i ciottoli"

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Il titolo di questa raccolta  di Danila Olivieri più che un programma è a mio avviso una dichiarazione di vera e propria poetica, intendendo per poetica l’insieme dei valori, dei suoni, dei colori, insomma di tutto il mondo che il poeta, comunque chi scrive, dipinge, compone, costruisce attorno a sé nella vita, e seleziona giorno per giorno, e che poi diventa la fonte inesauribile cui attingere per creare.

Creare! Altra parola fondamentale per chi fa arte e cultura. E Danila Olivieri ci rivela (e si conferma, visto che si è già rivelata) il suo pensiero ligure attraverso il dialetto, che essendo “pensare”, “osservare”, “dire”, diviene inevitabilmente anche scrivere. E qui il discorso si fa complesso, addirittura di scelte filologiche fra scrittura e suono, nel consueto dilemma: scrivo il dialetto canonico (poiché in un dialetto non può esistere una regola universale di tutta una regione essendo le variazioni di paese in paese, addirittura di frazione in frazione) o scrivo il dialetto come parlato, trasmettendo quindi il suono, l’armonia del mio pensiero e delle mie immagini?

Difficile davvero compiere scelte. Il dialetto rivano è ben diverso da quello sestrino, e quello casarzese diverso dagli altri due, eppure le distanze sono sì e no di tre quattro chilometri fra loro. E così ogni località. Ebbene, Danila Olivieri la sua scelta l’ha fatta: se devo scrivere poesia significa che devo raggiungere la poesia, essendo la poesia risultato di immagini, emozioni, suoni, e non struttura o artificio, e ancor più col nostro dialetto, dove la lettura pura e semplice molto spesso non basta, poiché nel dialetto la poesia va recitata, quindi ascoltata, e allora sì che arriva, come nel caso di questa prima parte della raccolta che abbiamo di fronte.

Se noi leggiamo queste composizioni dialettali, infatti, subito percepiamo il messaggio cardine della poesia della Olivieri: l’immagine. E allora nulla più del dialetto ne può essere veicolo d’emozione.

“Dritto e reverso

‘na maggia calâ à dritta

… mi creddo che a vitta

a gh’agge sempre ‘n senso!

 

La poesia è la trama e l’ordito della vita, sia essa ricordo d’infanzia, di interni famigliari, sia essa colore e vento, suono e silenzio del mondo attorno, che sempre parte dalla sensazione dentro e a quella torna, nel chiuso dell’animo, dopo essersi offerta, però, al lettore, affinché ne possa condividere e partecipare: colori, luci, ombre, suoni e profumi, rumori e silenzi, persone vive e persone… E le persone sono affetti, eccome profondi.

Nella Olivieri non esiste differenza fra persone e luoghi, fra ricordi e visioni del momento, perché tutto è uno: la poesia che le arriva dentro e da dentro riparte. Non a caso anche in questa raccolta, come nelle precedenti, fra le quali il precedente ciottolo (n. 13, Stella cometa à Tregosa, 2004), basta un cenno della natura per smuovere il tempo e il silenzio:

“ma a mi o basta ‘n sciôu de vento

imporpòu de ödoî de bosco,

pè fâ mesciâ into chêu l’incanto

do zugno do mæ tempo”.

 

E anche là, dove e quando il tempo si è fermato nel dolore, nello schianto tanto inatteso quanto lacerante, la poesia fa respirare un bisogno di vivere, di ri-vivere, perché, altro elemento nella Olivieri, la poesia è e deve essere, respiro…

“foscia lé a l’à vixitòu,

inta legia lüxe celeste

do lento distacco do corpo

-into fondo sêunnu sensa ritorno-

tra o creppo e l’ürtima partensa.”
 

Sono molte e belle le composizioni dialettali della Olivieri in questa raccolta, e tutte serbano quel piccolo mondo della vita della stessa autrice, dall’infanzia in quel di Sara e di Pestella, poi Trigoso lassù sopra i Fieschi e Riva, e poi Baffe e Manara, le due punte del golfo, e l’Asseu, che non viene nominata se non come “o Schêuggio”, e ogni angolo, di mare o di bosco, casa o cortile, nella poesia si fa un po’ come la siepe leopardiana, piccola cosa che però svela l’infinito, che è dato dai ricordi senza orizzonte, dove tuffarsi senza paura, anzi, con la felicità ritrovata in ogni verso, anche negli attimi tristi, di dolore e di nostalgia, perché, ecco un altro tassello, la poesia è consolazione.

Poesie costruite, sicuramente pensate dalla Olivieri in dialetto, nel suo dialetto, quello che nasce con lei, nel cortile e in casa, nei silenzi solitari delle lunghe passeggiate per boschi e scogliere del nostro mondo rivano, che la Olivieri qui presenta accompagnate ciascuna dalla versione in lingua, certamente di grande effetto lirico tutte, perché là dove è la poesia non importa la lingua, la koiné, perché essa giunga a effetto, ma è chiaro che la ricerca fonetica, i giochi di assonanze e rime interne, che costituiscono il ritmo, sono nati in dialetto, e in dialetto trovano la loro esplosione musicale.

Non a caso Dritto e reverso ha intitolato l’intera raccolta la Olivieri, in omaggio e devozione al suo dialetto, del cuore e del pensiero, pur se poi sono presenti tre sezioni esclusivamente in lingua italiana legate fra loro da tre elle, Lune, Luce, Lune ancora, a unire i fili di un mondo che è, come scrivevo, piccolo e infinito insieme, piccolo perché chiuso fra le nostre colline e le nostre punte del golfo, e infinito perché scrigno di inesausti e inesauribili fremiti che si chiamano memoria, presente, futuro.

Lune e maree, Ombra di penombre e luce, Perdute lune, sono questi i titoli delle tre sezioni in lingua, e in tutte emergono le grandi letture poetiche sulle quali l’autrice si è formata e confrontata, traendo sempre umili e per questo proficue lezioni, perché solo l’esercizio e l’umiltà danno poesia, laddove ovviamente matura il talento, e la Olivieri ha sempre avuto talento, fin dalle prime prove, ora consacrate da queste che prove non sono più, ma viaggio sicuro.

E di viaggio si tratta, sia pure breve cammino del golfo come nei brevi ma lirici versi di Renà e di Portobello dove, ecco quel che scrivevo prima, ogni angolo o soffio di natura si personalizza proprio nella magia della poesia… “S’infuriano improvvise le onde / e la luce lacera l’orizzonte, / sfiora i cigli ai palmizi della balza, / s’accoccola sulle curve dei colli”… E proprio gli orizzonti verdi delle colline e l’orizzonte azzurro del mare trovano la loro consacrazione lirica nei quaranta haiku che la Olivieri dedica fra rime e assonanze delicate e altamente espressive proprio a quel piccolo e immenso mondo che le appartiene… “quando s’arriccia / capriccio di scirocco / s’increspa l’anima”…Sono quaranta, gli haiku, e ciascuno è composizione a sé di tre versi, indipendente dalle altre, ma in questa raccolta della Olivieri, vera magia, sia pure ciascuna composizione autonoma, alla fine tutte e quaranta si legano in un unico canto.

Ombra di penombre e luce svela un altro aspetto della poesia della Olivieri, che però, sia ben chiaro, non è altro che una sfaccettatura del mondo poetico, soltanto rivolto a immagini e protagonisti (la faina, il biancone, i fratellini Ciccio e Tore morti nella cisterna) che appartengono alla vita violenta e triste che si unisce alla morte. Così come nelle splendide, sì, confermo, splendide, due liriche dedicate a due grandi poeti come Vittorio Sereni e Giuseppe Ungaretti, autentici padri della poesia del nostro novecento, cui certamente Danila Olivieri, si sente debitrice devota.

E il percorso di Trigoso della Olivieri, che è anche il nostro percorso con lei, si conclude con le Perdute lune, dove il rientro nell’intimo e nel sussurro del verso è come il chiudere la porta del privato e del… magone, con quella bella immagine primaverile dei giochi delle “compagne della fanciullezza”, e poi della Pestella, dove le immagini davvero sono schizzi idilliaci (“cirri fioccosi di nubi”), la Villa delle pesche, il viottolo di neve, fino al… suono del silenzio, quando l’immagine conclusiva della donna tornata ragazza e insieme della ragazza fatta donna trova nel gioco della vita reale la beltà del sogno che si fa appunto poesia, con quei versi conclusivi…

“Quando il sole smoriva

arrossando nude creste di vette

indossavo le stelle

appese all’infinito.”

 

Mario Dentone